La Messa A Fuoco In Astrofotografia di Paolo Facchin

Personalmente, nei miei primi tentativi di fotografare oggetti celesti, non mi sono posto seriamente il problema della messa a fuoco. Istintivamente ed erroneamente credevo che una calma ed attenta osservazione attraverso il mirino della mia Pentax K1000 avrebbe determinato quell’ineccepibile nitidezza che potevo ammirare nelle fotografie degli amici astrofili più esperti o nelle rubriche dedicate delle riviste che leggevo. I primi tentativi di fotografare un quarto di luna al fuoco diretto di un rifrattore Kenko 1300/90 furono quindi inevitabilmente deludenti, nonostante la cura ed il tempo dedicato a trovare quella che ad occhio appariva come l’immagine più a fuoco. Questa operazione fu tra l’altro complicata dal fatto che la luna osservata attraverso il mirino della macchina fotografica appariva scura e sgranata per non parlare degli atti di contorsionismo a cui mi sono sottoposto per riuscire ad avvicinarmi al mirino della reflex posta al fuoco diretto di un rifrattore lungo quasi un metro e mezzo che puntava decisamente alto sull’orizzonte.

Quando mi furono stampate le fotografie di quella sera mi sono subito reso conto che i risultati non appagavano assolutamente tanta fatica: La luna che in alcuni scatti era esposta correttamente, appariva comunque sfocata. Purtroppo, oltre all’impossibilità di determinare attraverso il solo uso del mirino una perfetta focheggiatura sulla luna (e figuriamoci su oggetti più scuri) , mi fu spiegato in seguito che anche l’accomodazione del cristallino era un fattore da considerare. Infatti all’interno del nostro occhio esiste una lente (il cristallino appunto) che aumentando o diminuendo la propria curvatura tramite i muscoli ciliari ci permette di mettere a fuoco nella retina tutti gli oggetti posti a diverse distanze, un po’ come una sorta di focheggiatore naturale. Quando operiamo attraverso la macchina fotografica, questa accomodazione influisce facendoci sembrare a fuoco nel mirino ciò che in realtà non è sulla pellicola.

A questo punto non mi rimaneva altro da fare che prendere in considerazione quei metodi oggettivi che ora dopo un breve periodo di sperimentazioni mi danno risultati soddisfacenti.

Io ho pertanto realizzato una staffa ad L come indicato in figura.

La staffa reca alla base un pomello zigrinato (C) con una vite da ¼ di pollice che si avvita all’attacco per il cavalletto della Coolpix. In corrispondenza all’obiettivo della macchina e sul lato verticale della staffa è stato incollato un tubo tornito all’interno con un diametro corrispondente a quello del mio oculare da 40 mm. (B).

Ho poi realizzato un anello in PVC (D) il cui diametro esterno coincide con quello dell’oculare da 40 mm e il cui diametro interno è da 31,8 mm. Questo mi permette di impiegare tutti gli oculari con focali corte (E). In alto sulla staffa, un braccetto ( A) porta il cavetto flessibile.

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